prova Le quattro volte: film

Le quattro volte

Le quattro volte
Titolo originale: Le quattro volte
Produzione: Italia, Germania, Svizzera
Durata: 88
Genere: Documentario
Regia: Michelangelo Frammartino
Uscita: 2010-05-28
Attori principali:
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Trama:
Sullo sfondo di una Calabria aspra e magica, i cicli della vita e della natura, le tradizioni dimenticate, il segreto di quattro vite misteriosamente intrecciate l'una all'altra.
Recensione:
«Io lavoro sulla semplicità: filmo una bestia, un albero, un uomo, in modo elementare, legato all'occhio, alla percezione pura. Non voglio essere né ermetico né saccente, anzi, vorrei che i bambini si divertissero a vedere il mio film». Michelangelo Frammartino, quarantenne regista nato in Calabria e cresciuto artisticamente a Milano, sa che "Le quattro volte", il documentario di finzione (se così vogliamo definire un lungometraggio di difficile catalogazione) che rappresenta l'Italia alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes, può non essere capito da tutti, anche se, secondo lui, non c'è bisogno di scervellarsi, perché serve di più abbandonarsi con semplicità alla narrazione. Un approccio cinematografico originale, tra documentario e racconto, metafora, quasi fantascienza quello che Michelangelo Frammartino ha utilizzato per la sua nuova opera, "Le quattro volte". Proprio la Calabria, dove aveva già ambientato la sua precedente pellicola, diventa nuovamente il fulcro del suo racconto. "Le quattro volte", infatti, è stato girato nella zona appenninica della regione, tra Caulonia, il Pollino e Serra San Bruno, ed è strettamente legato proprio al territorio, alla vita rurale e dei piccoli centri ("Il luogo, la terra, il paesaggio diventano protagonisti", afferma infatti Frammartino). Qui si incontrano diverse anime, o meglio una sola anima che percorre un viaggio attraverso differenti elementi della natura. Le quattro volte del titolo sono quattro passaggi e quattro esistenze: l'uomo, l'animale, la vegetazione, la polvere. L'anima che ha la consistenza della polvere... Quella polvere che, spazzata in un mucchio di granelli nella chiesa del paese dalla perpetua viene raccolta e donata alla gente come una polvere magica, una medicina. Viene ingerita da un vecchio pastore che segue antiche credenze, usandola diluita in acqua insieme alle medicine. Poi, alla sua morte, l'obiettivo si sposta su un capretto appena nato, seguito fino al primo pascolo. Quindi, un albero, le sue mutazioni, i riti del paese sulla "festa dell'albero" celebrata ogni anno ....per finire ancora con quella polvere da cui si era partiti: quella prodotta, in questo caso, dal durissimo lavoro dei carbonai (che è la prima volta che vedo!), bruciando lo stesso legno dell'albero Uno sguardo poetico, un viaggio nella vita, nelle sue diverse forme, nella semplicità di gesti, di lavori, di situazioni quasi dimenticate. Ma soprattutto un viaggio sul filo dell'anima. Viaggio che, sin dall'inizio della storia, si evidenzia come frutto di una particolare visione della cinematografia, alla ricerca di un linguaggio che unisca innovazione tecnica e creativa. Molto interessante e riuscito nel coniugare metafisica poesia e realtà, il film è un gioiello dal luccichio speciale e magico, un'opera aspra ma vera: il regista ci mostra l'ineluttabilità dello scorrere della vita e del fatto che nulla è per sempre, tutto cambia, tutto diviene, e sembra dirci che se si accetta tutto questo con serenità prendendo lezione dalla natura stessa, per quanto aspra, si può davvero, trovare la serenità, la pace. Basta cogliere il momento in cui si ha la perfetta percezione che nello scorrere della vita tutto è esattamente come deve essere. Difficile ma non impossibile.
Voto: 6,5
Stefania Muzio

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