Il regista, nato a Teheran, vive in
Canada dalla metà degli anni '80. In
questa sua ultima opera ci mostra un
Paese prigioniero di un immobilismo
sospeso nel tempo (espressivamente
accentuato da un cielo sempre terso,
accecato dal sole che pare non mutare
nell'arco della giornata) e a cui ben
s‘intonano l’asprezza dei paesaggi, la
solitudine dei personaggi, l’assenza
quasi completa di dialoghi. Tutto sembra
pietrificato. I movimenti della
cinepresa sono lentissimi, le immagini
ieratiche al massimo, misurati i gesti
degli interpreti, immobile il panorama:
tutto sembra fermo nel passato. Il
regista non predica, non enfatizza, si
limita a mostrare, lasciando che il
contesto emerga da sé, dai gesti
quotidiani. Illustra, senza quasi far
sentire la sua presenza, le torture di
una mentalità dogmatica, l’emarginazione
delle donne, la cecità del
fondamentalismo, i pericoli di una
religione mal rappresentata.
E’ chiara una concezione del cinema che
rifiuta l'azione e i colpi di scena,
che pratica la noncuranza nella
recitazione (gli interpreti sono degli
attori casuali), che predilige una
struttura lirica più che narrativa...