Departures
Un ex violoncellista fallito realizzerà se stesso e scoprirà finalmente di possedere un talento,sebbene alquanto inusuale: preparare i cadaveri (lavarli, vestirli, truccarli, profumarli) per una ditta di pompe funebri. Un rituale di rara grazia, una cerimonia fatta di piccoli gesti e di movimenti leggiadri, che ci restituiranno il fascino, ma anche il mistero, del culto giapponese più antico e più profondo: quello per i defunti.
Recensionedi Stefania Muzio
Il film "Departures" (titolo originale Okuribito) è uscito in Giappone nel 2008, ha vinto l'Oscar come miglior film straniero nel 2009 ed arriva nelle sale cinematografiche italiane solo nel 2010. La pellicola è diretta da Yojiro Takita. Scorrendo la sua carriera troviamo titoli che vanno dal cinema erotico al dramma familiare, dall'horror al chambara (film giapponesi di cappa e spade). Una straordinaria versatilità che lo ha portato a scalare i box office in patria e a conquistare diversi premi nei più importanti festival orientali. Con Departures il regista cambia completamente quello che è il suo usuale registro narrativo e conquista l'occidente confezionando una raffinata quanto commovente pellicola. Il film è basato su una storia particolarissima il cui soggetto è dello stesso attore protagonista, Motoki Masahiro: la storia di un «nokanshi»., tradotto nel film in italiano "tanato-esteta" I funerali giapponesi sono una realtà che gli occidentali raramente sperimenteranno nella loro vita, nel quale hanno un ruolo centrale le figure e le cure del nokanshi (letteralmente, maestro di deposizione nella bara), un professionista che lava e riveste la salma. Non si tratta di un semplice lavoro di "ripulitura" ma di un compito dal rituale raffinato, eseguito con gesti sapienti ed eleganti, che comunica anche compassione per il defunto. In Giappone la funzione del «nokanshi», cioè del «maestro di deposizione nella bara» è una professione fondamentale, perché «ricompone» i cadaveri per far loro compiere nel migliore dei modi possibili l'ultimo viaggio verso la cremazione. Una professione che nelle grandi città come Tokyo è caduta in disuso ma che nei paesi di provincia conserva il suo ruolo sociale e sacrale. Lo scoprirà il giovane violoncellista Daigo (l'attore Masahiro Motoki, sensibile e delicato), costretto dopo lo scioglimento dell'orchestra in cui aveva trovato posto a trasferirsi da Tokyo nella meno dispendiosa prefettura di Yamagata. Si installa con la moglie Mika (Ryoko Hirosue) nella casa della sua infanzia che gli ha lasciato la madre morta un paio di anni prima e si mette alla ricerca di un nuovo impiego, che trova grazie all'errore di stampa di un annuncio pubblicitario (parlava di «viaggi» e non dell'«ultimo viaggio») e all'intuito del nokanshi Sasaki (un intenso Tsutomu Yamazaki) che intuisce nel recalcitrante e timoroso Daigo la stoffa di un futuro maestro di deposizioni. Accetterà di essere assunto nel piccolo ufficio del nokanshi locale anche per l'ottima paga, ma si troverà presto a dover fare i conti con un passato ritenuto ormai dimenticato e con i tabù di cui è intrisa la società nipponica e da cui viene influenzata anche sua moglie Mika interpretata da Hirosue Ryoko. Mentre lentamente Daigo chiuderà i conti con il suo passato , (da bambino era stato abbandonato dal padre e lasciato solo dopo la morte della madre amatissima) prenderà al contempo coscienza e consapevolezza del valore del suo lavoro, così disprezzato dalla comunità eppure così necessario alle persone. La cifra stilistica del film è molto raffinata a partire da un'ambientazione molto curata. La regia poco invasiva segue la crescita di Daigo e di sua moglie e lo fa con una sensibilità, una levità rara e commovente. Con semplicità segue l'apprendistato del protagonista come nokanshi, mestiere tanto poetico e delicato quanto avverso e disprezzato dalla gente della strada perchè considerato impuro. Silenziosamente, senza enfasi, la macchina da presa cattura il rituale, quasi magico, della pulitura, della vestizione e del trucco del dipartito. Il tutto sotto gli occhi commossi e in lutto di famigliari e amici, dapprima diffidenti nei confronti del nokanshi, quindi grati e pieni di nuova consapevolezza In un film sinfonico come Departures, dove la musica ha un'importanza enorme, era necessario che questo aspetto fosse curato con attenzione da un compositore di grande livello. Per questo a curare la colonna sonora del film è stato chiamato il maestro Joe Hisaishi già autore delle musiche per diversi film di Takeshi Kitano e Hayao Miyazaki. La partiture di Departures accompagnano con grazia lo spettatore e il protagonista attraverso questo viaggio alla scoperta dei significati più intimi delle nostre esistenze. Gli attori recitano in maniera lieve ed elegante e tra tutti si distingue l'intenso Tsutomu Yamazaki (già conosciuto in alcune pellicole di Kurosawa, come Kagemusha) che qui interpreta il titolare dell'agenzia. Il film è una commovente celebrazione della vita attraverso il rispetto per la morte, un'equilibrata sinfonia di sentimenti, scevra di alcuna deriva macabra e puntellata talvolta anche da vivide note di humour nero.
Recensione 2di Stefania Muzio
True Women for sale è in primo luogo una riflessione sociale sulla condizione degli immigrati dalla Cina Popolare. La possibilità concessa dal governo di riunirsi alle famiglie emigrate anni addietro apre la porta alle speranze di chi anela ad una vita migliore. Ma spesso le speranze vanno deluse, la vita ad Hong Kong è dura in maniera diversa, ma pur sempre difficile. Le ragazze giunte dalla terraferma in cerca di un marito spesso dovranno adattarsi ad una vita di strada. Mentre le prostitute locali vedranno ridursi le loro possibilità di lavoro, soppiantate dalle nuove arrivate, giovani e carine. Il sottile tono da commedia iniziale lascia presto il campo alla più solida base sociale di un racconto che parla soprattutto di illusioni. Lin-Fa è sola ad Hong Kong ma non intende tornare sulla terraferma, per lo stesso motivo per cui altre ragazze giunte da là si adattano a vendersi sulla strada. Le illusioni che le hanno motivate giacciono infrante nel fondo del loro cuore, ma non per questo sono meno vitali. Ogni giorno è una nuova possibilità di speranza nell'attesa che arrivi il loro momento. Fu-yi passa le sue giornate a cercare di strappare assicurazioni a persone che immagina facoltose, ma che alla fine sono semplici lavoratori che stipulano polizze soltanto per assicurare un futuro alle loro famiglie in una situazione di crisi. Il racconto è fotografico, quasi didascalico e qualche parentesi decisamente surreale alleggerisce i contenuti di una storia che nella sua totalità appare realistica e a tratti dura. Il tutto resta sempre perfettamente in equilibrio tra la realtà di disillusione che accompagna le vite dei personaggi, e i piccoli momenti di umorismo che a tratti si intravede nella narrazione. La scena del parto sull'autobus, con l'assicuratore che distribuisce il suo biglietto a tutti gli astanti, rimane un piccolo capolavoro, esattamente a metà tra la commedia e la rappresentazione della più nera realtà. Herman Yau confeziona un collage di storie convincente e senza pretese. La regia resta nei binari di un'onesta sottolineatura delle buone prove dell'intero cast. E la fotografia sporca di una città di frontiera rende al meglio la cornice delle disillusioni di quella parte del mondo. Putroppo siamo lontani dallo stile impeccabile di Astonishing, o dall'energia sia pure derivativa di Chaos, ma fortunatamente anche dalla ridicolaggine di Gong Tau: An oriental black magic, che a tutt'oggi rimane il punto più basso della sua opera
